🎯 Valutare secondo l’UDL: che cosa stiamo realmente misurando?
Una verifica di storia contiene cinque domande aperte. Uno studente conosce gli argomenti, sa spiegarli durante una conversazione e riesce a stabilire collegamenti pertinenti, ma impiega molto tempo a organizzare le risposte per iscritto e consegna metà della prova. Un altro completa tutto, scrive velocemente e utilizza un linguaggio corretto, ma le relazioni tra gli eventi rimangono piuttosto superficiali.
Quale dei due conosce meglio l’argomento?
La risposta non è così semplice come potrebbe sembrare, perché dipende innanzitutto da che cosa avevamo deciso di valutare.
Se l’obiettivo era verificare la capacità di produrre un testo storico scritto, la qualità e l’organizzazione della scrittura fanno parte della competenza che vogliamo osservare. Se invece volevamo capire se gli studenti avessero compreso le cause e le conseguenze di un determinato evento, una prova costruita quasi esclusivamente sulla produzione scritta potrebbe aver fatto entrare nella valutazione abilità ulteriori rispetto a quelle che ci interessavano.
È qui che l’Universal Design for Learning pone una domanda tanto semplice quanto scomoda: la prestazione che stiamo osservando ci sta davvero dicendo ciò che pensiamo di stare valutando?
Dopo aver parlato di variabilità, barriere, progettazione flessibile e materiali accessibili, arriviamo così a uno dei momenti più delicati dell’intero percorso. Perché possiamo progettare una lezione molto inclusiva e poi costruire una prova che reintroduce, tutte insieme, le barriere che avevamo cercato di ridurre durante l’apprendimento.
Valutare secondo una prospettiva UDL non significa rendere le verifiche più facili, eliminare le richieste rigorose o permettere indiscriminatamente a ciascuno di scegliere qualsiasi modalità di risposta. Significa progettare anche la valutazione con la stessa attenzione che abbiamo rivolto alla didattica: chiarire l’obiettivo, individuare le richieste realmente pertinenti, anticipare le possibili barriere e raccogliere evidenze che ci consentano di prendere decisioni fondate sull’apprendimento.
CAST parla, in questo senso, di una valutazione progettata intenzionalmente: le prove dovrebbero essere allineate agli obiettivi, accessibili, sufficientemente flessibili rispetto alla variabilità degli studenti e utilizzate anche per orientare l’insegnamento successivo.
Prima della prova viene la domanda: che cosa voglio sapere?
Quando prepariamo una verifica, è facile cominciare dalle domande.
Dieci quesiti a risposta chiusa, tre domande aperte, un esercizio, una produzione scritta. Prima ancora di scegliere il formato, però, sarebbe utile fermarsi e chiedersi: quale informazione voglio ottenere da questa prova?
Immaginiamo di aver lavorato sull’apparato respiratorio e di voler verificare se gli studenti comprendono il percorso dell’aria e la funzione degli alveoli negli scambi gassosi.
Possiamo certamente chiedere loro di scrivere una spiegazione articolata. Ma quella risposta richiederà contemporaneamente conoscenze scientifiche, capacità di recuperare le informazioni, pianificazione, produzione linguistica, ortografia, gestione dello spazio e del tempo e, se scritta a mano, anche una componente grafomotoria.
Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo, purché sappiamo quali di queste dimensioni vogliamo realmente far entrare nel giudizio.
Se stiamo valutando contemporaneamente conoscenza scientifica e capacità di produrre un testo espositivo disciplinare, la richiesta è coerente. Se invece l’obiettivo riguarda soprattutto la comprensione del fenomeno scientifico, alcune caratteristiche della prova potrebbero interferire con la possibilità di osservare quella comprensione.
CAST insiste proprio sull’allineamento tra obiettivi e valutazione: definire con chiarezza ciò che lo studente dovrebbe conoscere o saper fare permette di scegliere modalità di verifica capaci di misurare l’obiettivo senza confonderlo, quando possibile, con i mezzi utilizzati per raggiungerlo.
Questo principio era già comparso nelle tappe precedenti del nostro percorso, ma nella valutazione diventa particolarmente importante. Una barriera presente durante una lezione può rendere l’apprendimento più difficile; una barriera presente nella verifica può addirittura alterare l’informazione sulla quale baseremo il nostro giudizio.
Una verifica misura sempre più di una cosa
Qualunque compito scolastico richiede molte operazioni contemporaneamente. Il problema non consiste nel pretendere che una prova isoli perfettamente una sola abilità, cosa spesso impossibile, ma nel diventare consapevoli delle richieste che introduciamo.
Pensiamo a una prova di geografia nella quale lo studente deve leggere un lungo testo, interpretare due grafici, comprendere una consegna articolata e produrre una risposta scritta entro un tempo limitato.
Se l’obiettivo è confrontare due fenomeni demografici, il risultato potrebbe essere influenzato anche dalla velocità di lettura, dalla comprensione del linguaggio della consegna, dalla capacità di interpretare la struttura grafica, dalla velocità di scrittura e dalla gestione del tempo.
Alcune di queste competenze possono essere pertinenti. Altre possono non esserlo.
La domanda utile non è quindi se la prova sia “difficile”, ma da dove provenga la difficoltà.
Se deriva dal ragionamento necessario per mettere in relazione i dati, probabilmente appartiene all’apprendimento che vogliamo osservare. Se deriva invece da una consegna inutilmente complessa, da un’impaginazione confusa o dalla quantità di scrittura richiesta senza che la scrittura costituisca l’obiettivo, potremmo avere introdotto una barriera estranea.
È ancora una volta la distinzione incontrata nel terzo articolo: l’UDL non cerca di eliminare la difficoltà dall’apprendimento, ma di ridurre quella difficoltà che non serve a dimostrare la competenza che intendiamo valutare.
Rendere una prova accessibile non significa suggerire la risposta
Uno dei timori più comprensibili riguarda il rischio di facilitare troppo la verifica.
Se rendiamo più chiara la consegna, non stiamo forse aiutando lo studente?
Naturalmente sì: lo stiamo aiutando a capire che cosa gli viene chiesto. Ma dobbiamo chiederci se comprendere una formulazione linguisticamente complessa faccia parte oppure no dell’obiettivo.
Supponiamo di voler valutare la capacità di risolvere un problema matematico relativo alle proporzioni. Se scriviamo la consegna utilizzando una struttura sintattica inutilmente intricata, una parte della difficoltà dipenderà dalla comprensione linguistica. Se rendiamo quella consegna più trasparente senza modificare il problema matematico, non abbiamo necessariamente ridotto il livello cognitivo della prova: abbiamo semplicemente cercato di rendere più diretto l’accesso al compito.
Se invece l’obiettivo fosse proprio comprendere e interpretare testi problematici complessi, il linguaggio della consegna assumerebbe un significato diverso.
Lo stesso vale per l’organizzazione grafica. Separare chiaramente gli esercizi, utilizzare istruzioni leggibili, rendere riconoscibili i passaggi o evitare che informazioni importanti siano nascoste in una pagina sovraccarica non fornisce la soluzione. Permette allo studente di investire le proprie risorse su ciò che stiamo cercando di osservare.
Una prova accessibile non è dunque una prova che contiene meno pensiero.
È una prova nella quale la complessità richiesta è, per quanto possibile, quella pertinente.
Posso permettere modalità differenti di risposta?
È una delle questioni più interessanti, ma anche una delle più delicate.
Le Linee guida UDL 3.0 riconoscono esplicitamente che non esiste una modalità di espressione ottimale per ogni studente e per ogni tipo di apprendimento. CAST invita quindi a considerare molteplici forme di comunicazione quando il mezzo specifico non costituisce una componente essenziale dell’obiettivo.
Questo non significa che durante qualsiasi verifica lo studente debba poter scegliere liberamente tra testo scritto, audio, presentazione, disegno o esposizione orale.
Torniamo alla storia.
Se voglio verificare se uno studente sa riconoscere le cause della Prima guerra mondiale, potrei raccogliere evidenze attraverso una spiegazione scritta, una risposta orale oppure una rappresentazione causale accompagnata da una spiegazione, purché le modalità previste permettano realmente di osservare la stessa conoscenza e lo stesso livello di elaborazione.
Se invece sto valutando la capacità di scrivere un testo storico argomentato, la produzione scritta non è più un semplice mezzo. È parte dell’obiettivo e non può essere sostituita integralmente da una risposta orale.
Allo stesso modo, se sto valutando l’esposizione orale, non avrebbe senso permettere sempre di consegnare un elaborato scritto.
La flessibilità, quindi, non riguarda ciò che vogliamo valutare, ma ciò che può variare senza cambiare la natura della competenza osservata.
È un criterio molto più rigoroso di quanto possa sembrare, perché costringe l’insegnante a definire con maggiore precisione l’obiettivo.
Ma le prove devono essere uguali per essere eque?
L’equità viene spesso associata all’idea che tutti debbano affrontare esattamente la stessa prova, nello stesso tempo e utilizzando gli stessi strumenti.
È comprensibile: utilizzare condizioni identiche sembra garantire imparzialità.
Ma condizioni identiche non producono necessariamente informazioni comparabili se quelle condizioni introducono barriere molto diverse per studenti differenti.
Una prova svolta esclusivamente a mano, per esempio, può aggiungere una richiesta motoria che pesa in maniera minima sulla prestazione di alcuni studenti e in maniera molto significativa su quella di altri. Una prova con tempi estremamente stretti può trasformare la velocità in una componente decisiva anche quando l’obiettivo non la include. CAST suggerisce esplicitamente di incorporare flessibilità, quando coerente con l’obiettivo, nei tempi, nei modi di risposta e nell’interazione con i materiali.
Questo non significa che ogni condizione debba sempre essere adattabile.
Se stiamo valutando la rapidità di esecuzione di una competenza che deve diventare automatica, il tempo può essere parte dell’obiettivo. Se stiamo verificando la capacità di scrivere manualmente, l’utilizzo di una tastiera modificherebbe ciò che vogliamo osservare.
Ancora una volta, quindi, non esiste uno strumento universalmente facilitante o universalmente neutro.
È il rapporto con l’obiettivo a determinarne il significato.
Più tempo rende una verifica più facile?
Anche questa domanda può essere affrontata nello stesso modo.
Il tempo aggiuntivo non modifica automaticamente la competenza richiesta.
Se la rapidità non fa parte dell’obiettivo, concedere più tempo può permettere a uno studente di dimostrare ciò che sa senza che la velocità di elaborazione diventi una variabile dominante. Se invece l’obiettivo riguarda proprio la capacità di eseguire un’operazione entro un tempo definito, modificare la durata cambia almeno in parte la prestazione che stiamo osservando.
Il punto non è quindi stabilire in astratto se “più tempo” sia giusto o ingiusto.
Dobbiamo chiederci che ruolo svolga il tempo in quella specifica prova.
Lo stesso ragionamento vale per pause, suddivisione del compito in parti o possibilità di svolgere una prova in condizioni ambientali differenti. Sono tutte scelte che devono essere lette in rapporto alla competenza e alle barriere presenti.
E le mappe durante la verifica?
La mappa è forse uno degli strumenti che più facilmente alimentano il dibattito sulla valutazione.
Se uno studente utilizza una mappa, stiamo ancora verificando ciò che sa?
Dipende, ancora una volta, da ciò che intendiamo verificare e dalla funzione svolta dalla mappa.
Se la prova serve soprattutto a verificare il recupero mnemonico di determinate informazioni, una mappa contenente quelle stesse informazioni potrebbe modificare significativamente la prestazione.
Se invece vogliamo osservare la capacità di spiegare relazioni, applicare concetti, formulare inferenze o risolvere un problema, una mappa contenente parole chiave o una struttura generale può sostenere il recupero delle informazioni senza necessariamente sostituire il ragionamento.
Non esiste quindi una risposta generale alla domanda “la mappa facilita troppo?”.
Serve una domanda più precisa:
che cosa permette di fare quella mappa al posto dello studente e che cosa, invece, continua a dover fare lo studente?
Se il supporto svolge esattamente l’operazione cognitiva che intendiamo valutare, rischiamo di perdere l’informazione che ci interessa.
Se sostiene un processo secondario e lascia allo studente il compito cognitivo essenziale, la sua presenza può essere coerente con l’obiettivo.
Questa distinzione è utile ben oltre le mappe e riguarda formulari, tavole, glossari, calcolatrici, sintesi vocali e qualsiasi altro supporto.
Offrire più possibilità non significa costruire prove incomparabili
Una preoccupazione legittima riguarda la comparabilità.
Se uno studente risponde oralmente e un altro per iscritto, possiamo davvero valutare entrambi con gli stessi criteri?
Possiamo farlo soltanto se abbiamo prima stabilito quali caratteristiche della prestazione costituiscano evidenza dell’obiettivo.
Immaginiamo di voler valutare la comprensione delle cause del cambiamento climatico. Potremmo stabilire che una risposta adeguata debba distinguere cause e conseguenze, utilizzare correttamente alcuni concetti scientifici, stabilire relazioni e motivare le affermazioni.
Questi criteri possono essere osservati in un testo, in una presentazione orale o in un altro prodotto adeguatamente progettato.
Naturalmente le modalità non sono identiche e introducono caratteristiche specifiche. Per questo la scelta delle alternative non può essere casuale. Ogni modalità deve permettere di raccogliere evidenze sufficienti e pertinenti rispetto agli stessi criteri.
CAST suggerisce proprio l’utilizzo di rubriche e criteri condivisi per rendere visibili le aspettative e mantenere il collegamento tra prestazione e obiettivo.
La rubrica, però, non è automaticamente inclusiva solo perché esiste.
Se contiene formule generiche come “lavoro completo”, “buona esposizione” o “presentazione efficace”, senza chiarire che cosa significhino, rischia semplicemente di trasferire l’ambiguità dalla prova alla correzione.
Una buona rubrica dovrebbe aiutare sia l’insegnante sia lo studente a capire quali aspetti contano davvero.
Valutare non significa aspettare la verifica finale
Finora abbiamo parlato soprattutto della prova conclusiva, ma la prospettiva UDL attribuisce molta importanza alla valutazione formativa.
Durante una lezione raccogliamo continuamente informazioni. Una domanda, una breve restituzione, un confronto tra pari, una spiegazione orale, un esercizio, una bozza, un errore ricorrente o una richiesta di aiuto possono dirci qualcosa su come sta procedendo l’apprendimento.
Queste informazioni diventano realmente formative quando vengono utilizzate per decidere che cosa fare dopo.
Se molti studenti commettono lo stesso errore, forse non abbiamo semplicemente scoperto che “non hanno studiato”. Potremmo aver individuato un passaggio che richiede una nuova spiegazione, un prerequisito dato per acquisito o una barriera prodotta dal materiale.
Se un alunno risolve correttamente un problema con il supporto di uno schema e non riesce ancora a farlo senza, abbiamo un’informazione diversa rispetto al semplice esito corretto o errato.
Se uno studente sa spiegare verbalmente un concetto ma non riesce a tradurlo nella forma richiesta dalla prova, possiamo iniziare a capire dove si colloca la difficoltà.
CAST raccomanda valutazioni formative frequenti proprio perché le informazioni raccolte durante il percorso dovrebbero orientare sia l’apprendimento dello studente sia le decisioni didattiche dell’insegnante.
Da questo punto di vista, la valutazione non arriva dopo la progettazione.
Ne fa parte.
Anche l’errore può dirci qualcosa sulla prova
Un errore non è soltanto un indicatore di ciò che lo studente non sa.
Può essere anche una fonte di informazioni su come ha interpretato il compito, quale strategia ha utilizzato, quale passaggio non ha compreso e perfino quale barriera potrebbe essere presente nella prova.
Immaginiamo una consegna che richieda di “confrontare” due fenomeni e uno studente si limiti a descriverli separatamente.
Non possiamo concludere immediatamente che non sappia metterli in relazione.
Potrebbe non conoscere con sufficiente precisione il significato scolastico del verbo confrontare.
Potrebbe non avere compreso il formato della risposta richiesta.
Potrebbe invece aver compreso perfettamente la consegna e non possedere realmente la competenza.
L’errore è lo stesso sul foglio, ma le interpretazioni pedagogiche sono molto diverse.
Una valutazione attenta alla variabilità prova quindi a non fermarsi troppo rapidamente al prodotto finale.
Quando possibile, osserva anche il processo che lo ha generato.
Il feedback non dovrebbe limitarsi a spiegare perché il voto è quello
La valutazione assume una funzione educativa soprattutto quando produce informazioni utilizzabili dallo studente.
“Devi studiare di più”, “risposta incompleta”, “sei stato poco preciso” dicono poco su che cosa possa essere fatto diversamente la volta successiva.
Le Linee guida UDL 3.0 sottolineano il valore di un feedback tempestivo, specifico, accessibile e orientato all’azione, collegato esplicitamente all’obiettivo e capace di aiutare lo studente a riconoscere come progredire.
Una restituzione come:
“Hai individuato correttamente le tre cause principali, ma nella risposta le hai presentate separatamente. Il prossimo passaggio è spiegare come la crisi economica abbia aumentato il malcontento del Terzo Stato”
fornisce un’informazione molto diversa da:
“Argomento da approfondire.”
Nel primo caso lo studente sa che cosa è già acquisito, che cosa manca e quale azione può intraprendere.
Il feedback, allora, non serve soltanto a giustificare una valutazione.
Serve a rendere possibile il passo successivo.
La valutazione dovrebbe dire qualcosa anche all’insegnante
C’è una prospettiva che rischiamo spesso di dimenticare.
Una verifica non raccoglie informazioni soltanto sull’alunno.
Raccoglie anche informazioni sulla nostra progettazione.
Se quasi tutti gli studenti sbagliano lo stesso item, possiamo certamente ipotizzare che l’argomento non sia stato sufficientemente appreso. Ma dovremmo anche chiederci se la domanda fosse chiara, se la competenza fosse stata realmente esercitata, se il materiale fornito durante il percorso avesse sostenuto quella comprensione e se la richiesta della prova fosse coerente con il lavoro svolto.
CAST descrive la progettazione UDL come un processo intenzionale e iterativo: i dati provenienti dalle valutazioni dovrebbero essere utilizzati anche per modificare obiettivi, metodi, materiali e successive esperienze di apprendimento.
Questo cambia in parte il significato della valutazione.
Non soltanto:
“Quanto ha imparato lo studente?”
ma anche:
“Che cosa mi sta dicendo questa prestazione sull’esperienza di apprendimento che ho progettato?”
Non significa attribuire automaticamente all’insegnante ogni difficoltà degli studenti.
Significa riconoscere che l’apprendimento nasce dall’incontro tra persona, compito e ambiente e che anche la valutazione può aiutarci a comprendere meglio quella relazione.
Flessibilità non significa rinunciare ai criteri
Può sembrare paradossale, ma una valutazione più flessibile richiede spesso criteri più chiari, non meno.
Se tutti svolgono esattamente la stessa prova nello stesso modo, possiamo essere tentati di confondere il formato con l’obiettivo: “ho assegnato le stesse dieci domande a tutti, quindi sto valutando tutti nello stesso modo”.
Quando invece permettiamo, laddove coerente, più modalità per dimostrare una competenza, dobbiamo necessariamente chiederci quali siano le evidenze indispensabili.
Che cosa deve essere presente in una buona spiegazione?
Quali relazioni devono essere riconosciute?
Quali concetti devono essere utilizzati correttamente?
Quale livello di autonomia è richiesto?
Quali errori indicano una comprensione ancora parziale?
La flessibilità dei mezzi rende quindi ancora più importante la stabilità del criterio.
È proprio questa distinzione che impedisce all’UDL di trasformarsi in una valutazione nella quale “va bene tutto”.
Non va bene tutto.
Possono cambiare alcune modalità, quando l’obiettivo lo permette, ma ciò che consideriamo evidenza di apprendimento deve rimanere chiaro.
Anche la possibilità di scegliere deve essere insegnata
Abbiamo già incontrato questo tema nell’articolo precedente.
Se permettiamo a uno studente di scegliere come mostrare ciò che sa, non è detto che sappia automaticamente scegliere la modalità più adeguata.
Potrebbe preferire una presentazione perché la considera più semplice e scoprire soltanto durante il lavoro che richiede una capacità di sintesi che non possiede ancora. Potrebbe scegliere sempre la stessa modalità perché è quella più familiare, evitando sistematicamente di sviluppare competenze che invece dovrebbe acquisire.
La scelta può diventare educativa quando è accompagnata da domande come: Quale modalità ti permette di mostrare meglio questa competenza? Di quale supporto avrai bisogno? Che cosa è successo l’ultima volta che hai scelto questa strada?
La valutazione comincia così a incontrare la metacognizione.
Non riguarda più soltanto ciò che lo studente sa, ma anche la sua capacità di riconoscere come sta imparando, quali strategie funzionano, quali strumenti sono realmente utili e dove incontra ancora difficoltà.
CAST collega esplicitamente il monitoraggio del progresso a opportunità di autoriflessione e autovalutazione, utilizzando rubriche, modelli, portfolio, checklist e altre rappresentazioni che aiutino il discente a comprendere la propria evoluzione rispetto agli obiettivi.
Ed è proprio qui che il nostro percorso comincia a muoversi verso la tappa successiva.
Una stessa domanda per ogni verifica
Prima di consegnare una prova potremmo allora fermarci per qualche minuto.
Non serve necessariamente costruire strumenti complessi o trasformare ogni verifica in un progetto.
Possiamo semplicemente provare a guardarla con le stesse lenti utilizzate finora.
Qual è esattamente l’obiettivo?
Quale prestazione mi permetterebbe di capire se è stato raggiunto?
Che cosa deve necessariamente fare lo studente perché quella competenza diventi osservabile?
Quali altre richieste sto introducendo attraverso il formato scelto?
Quelle richieste sono pertinenti?
Esistono barriere che posso ridurre senza modificare ciò che voglio valutare?
Gli eventuali supporti aiutano lo studente ad accedere al compito oppure svolgono al suo posto proprio l’operazione che voglio osservare?
E, una volta raccolta la prestazione, quali criteri utilizzerò per interpretarla?
Non sempre arriveremo alla stessa risposta.
Una sintesi vocale potrà essere perfettamente coerente in una verifica di scienze e non esserlo in una prova finalizzata a osservare la decodifica del testo.
Una mappa potrà essere uno strumento utile per sostenere il recupero delle informazioni durante un’attività di ragionamento e risultare poco adatta quando vogliamo verificare proprio ciò che lo studente è in grado di recuperare autonomamente.
Il tempo aggiuntivo potrà ridurre una barriera oppure modificare una prestazione nella quale la rapidità costituisce una componente essenziale.
Una risposta orale potrà mostrare esattamente la conoscenza che cerchiamo oppure impedirci di osservare una competenza di scrittura.
La prospettiva UDL non ci consegna una tabella di risposte valide in qualsiasi situazione.
Ci restituisce qualcosa di più impegnativo: la responsabilità di sapere che cosa stiamo cercando di misurare.
Dalla valutazione dell’apprendimento alla consapevolezza dell’apprendimento
Se la valutazione serve soltanto a stabilire un risultato finale, lo studente riceve un’informazione soprattutto su ciò che ha prodotto.
Se invece viene inserita dentro un percorso fatto di obiettivi chiari, feedback, osservazione delle strategie, revisione e possibilità di monitorare il proprio progresso, può diventare anche uno strumento attraverso cui imparare a conoscere il proprio modo di apprendere.
Quale strategia mi ha permesso di organizzare le informazioni?
Quando la mappa mi è stata utile e quando mi ha distratto?
Sono riuscito a utilizzare il tempo che avevo a disposizione?
Quale parte del compito ho sottovalutato?
Di quale supporto avevo realmente bisogno?
Che cosa farei diversamente la prossima volta?
Sono domande che spostano progressivamente la valutazione da qualcosa che viene semplicemente fatto allo studente a qualcosa che può essere utilizzato anche dallo studente.
È un passaggio profondamente coerente con la finalità delle Linee guida UDL 3.0, che pongono al centro lo sviluppo dell’agency del discente e della capacità di agire sul proprio apprendimento in modo sempre più intenzionale, riflessivo e strategico.
Per questo la prossima tappa del percorso sarà:
“UDL, metacognizione e autonomia: imparare a conoscere il proprio apprendimento”
Finora abbiamo cercato soprattutto di progettare l’ambiente perché gli studenti potessero accedere, partecipare ed esprimere più autenticamente ciò che sanno.
Adesso la domanda comincerà a spostarsi.
Non soltanto che cosa possiamo fare noi per rendere l’apprendimento più accessibile, ma anche come possiamo aiutare lo studente a riconoscere progressivamente di quali strategie, strumenti e condizioni ha bisogno.
Perché una scuola accessibile non dovrebbe limitarsi a predisporre supporti.
Dovrebbe anche aiutare ogni persona, per quanto possibile, a comprendere come utilizzarli, quando sceglierli e quando iniziare a farne a meno.
🧭 La bussola
👉 Cosa evitare
Costruire la prova prima di avere chiarito che cosa si vuole realmente valutare.
Confondere la difficoltà del formato con la complessità della competenza.
Considerare una consegna poco chiara o un’impaginazione difficile come parte inevitabile del rigore della verifica.
Offrire modalità differenti di risposta quando la modalità stessa costituisce l’obiettivo da valutare.
Pensare che tempi aggiuntivi, mappe, strumenti digitali o risposte orali siano sempre facilitanti oppure sempre neutri.
Utilizzare supporti che svolgono al posto dello studente proprio il processo cognitivo che si vuole osservare.
Credere che flessibilità significhi assenza di criteri comuni.
Ridurre il feedback a un voto o a indicazioni generiche che non aiutano a comprendere come progredire.
👉 Cosa ricordare
Una valutazione dovrebbe essere allineata con l’obiettivo di apprendimento e raccogliere evidenze pertinenti rispetto a esso.
Ogni prova introduce richieste ulteriori: è necessario distinguere quelle essenziali da quelle che possono diventare barriere.
Rendere una prova accessibile non significa necessariamente renderla più facile.
Modalità di risposta differenti possono essere appropriate quando permettono di osservare la stessa competenza e la modalità non costituisce parte dell’obiettivo.
Tempi, strumenti e supporti devono essere valutati in relazione alla funzione che svolgono nella specifica prova.
Più flessibilità richiede criteri ancora più chiari per interpretare le prestazioni.
La valutazione formativa serve sia allo studente sia all’insegnante e può orientare le decisioni successive.
Feedback, autovalutazione e monitoraggio del progresso possono trasformare la valutazione in uno strumento per costruire consapevolezza e autonomia.
📚 Riferimenti essenziali
CAST (2024), CAST Universal Design for Learning Guidelines, version 3.0. Le Linee guida collegano la progettazione di molteplici modalità di azione ed espressione allo sviluppo dell’agency del discente e sottolineano il valore di feedback, monitoraggio del progresso e forme differenti di comunicazione coerenti con l’obiettivo.
CAST (2020), UDL Tips for Assessment. Il documento richiama, tra i principi della valutazione in prospettiva UDL, l’allineamento con gli obiettivi, la riduzione delle barriere non necessarie, la flessibilità, la valutazione formativa, l’utilizzo delle rubriche e il coinvolgimento degli studenti nel monitoraggio dei propri progressi.
CAST, UDL Schoolwide Implementation Criteria – Domain Two: Teaching & Learning. I criteri indicano che le valutazioni dovrebbero essere intenzionalmente allineate agli obiettivi, accessibili, flessibili e utilizzate per orientare l’istruzione successiva.
CAST (2024), Offer action-oriented feedback e Enhance capacity for monitoring progress. Le Linee guida sottolineano l’importanza di feedback specifici, tempestivi e orientati all’azione e di strumenti che permettano agli studenti di riconoscere e monitorare il proprio progresso.





