🤟 Sordità, lingua e partecipazione: ascoltare significa anche cambiare prospettiva
Il 23 settembre si è celebrata la Giornata internazionale delle lingue dei segni. Oggi, 27 settembre, si conclude la Settimana internazionale delle persone sorde, dedicata nel 2026 all’affermazione dei loro diritti umani. Queste ricorrenze ci invitano a guardare oltre l’idea più immediata della sordità, quella che la definisce soltanto come una riduzione o un’assenza dell’udito. Per comprendere la vita di una persona, infatti, sapere che cosa sente non basta: occorre chiedersi a quali lingue ha accesso, come comunica e quanto può partecipare a ciò che accade intorno a lei.
Parlare di persone sorde al plurale è già un primo passo. Le esperienze non sono tutte uguali: cambiano il grado e il momento di insorgenza della sordità, il contesto familiare, il percorso educativo, le lingue conosciute e le modalità di comunicazione preferite. Alcune persone usano la lingua dei segni, altre comunicano prevalentemente attraverso la lingua orale, altre ancora utilizzano più modalità a seconda delle situazioni. Nessuna di queste informazioni può essere dedotta automaticamente dalla diagnosi. È la persona, con la propria storia, a dirci molto più di quanto possa fare un’etichetta.
Quando una lingua apre possibilità
In Italia, la Lingua dei Segni Italiana, o LIS, è una lingua visiva con una propria struttura. Non consiste nel mimare le parole dell’italiano e non è una raccolta di gesti validi ovunque: nel mondo esistono lingue dei segni differenti, sviluppate nelle rispettive comunità. Come accade con le lingue vocali, impararla richiede tempo, occasioni di uso e interlocutori con cui comunicare.
Per una persona che usa la LIS, poterla incontrare nella vita quotidiana significa avere la possibilità di fare domande, raccontare un’esperienza, dissentire, scherzare e costruire relazioni. La lingua non serve soltanto a ricevere istruzioni o a esprimere bisogni immediati: permette di accedere alle conoscenze e di prendere parte alla vita sociale. Per questo la Federazione Mondiale dei Sordi richiama l’importanza dell’accesso precoce alle lingue dei segni e di un’educazione che riconosca la lingua e l’identità degli studenti sordi.
Riconoscere questo valore non significa presumere che tutte le persone sorde utilizzino la LIS o debbano compiere le stesse scelte. Significa piuttosto evitare che una lingua venga ignorata proprio nei luoghi in cui potrebbe rendere possibile la comunicazione.
Una barriera può nascere durante una conversazione
Immaginiamo una riunione in cui tutti intervengono contemporaneamente. Qualcuno fa una domanda senza farsi vedere, un altro risponde mentre guarda lo schermo, poi il gruppo cambia argomento. Anche se una parte delle informazioni viene resa accessibile, seguire l’intera conversazione può diventare difficile. E spesso sono proprio i passaggi apparentemente secondari a contare: una precisazione, una battuta, una decisione presa in fretta.
Lo stesso può accadere a scuola. Una spiegazione preparata con cura non esaurisce ciò che un’alunna o un alunno deve poter comprendere. Durante la giornata ci sono domande dei compagni, lavori di gruppo, indicazioni date lungo il corridoio, cambiamenti di programma e conversazioni spontanee. Se queste informazioni non sono accessibili, si rischia di rimanere ai margini della vita della classe anche quando si è fisicamente presenti.
L’accessibilità, allora, non riguarda soltanto il materiale didattico. Richiede attenzione a come si parla, a chi può seguire gli scambi, ai video che si scelgono, al tempo lasciato per comprendere e rispondere. Sottotitoli accurati, informazioni scritte e turni di parola chiari possono essere utili, ma non esiste una soluzione unica: bisogna partire dalle modalità comunicative della persona e costruire le condizioni più adatte insieme a lei e alle figure coinvolte nel suo percorso.
Essere presenti, poter scegliere, poter contribuire
Quando parliamo di inclusione, tendiamo a chiederci se una persona sia stata invitata a partecipare. Vale la pena fare un passo ulteriore: ha potuto capire ciò che stava accadendo? Ha avuto il tempo e gli strumenti per esprimere un’opinione? La sua risposta ha avuto un peso?
Queste domande valgono nella classe, ma anche fuori dalla scuola: in un servizio pubblico, durante una visita, in un’attività culturale o in una semplice conversazione. Rendere accessibile una comunicazione significa permettere alle persone di esercitare una scelta, non soltanto di assistere a decisioni già prese. Il tema della Settimana internazionale del 2026 richiama proprio questa distanza possibile tra il riconoscimento dei diritti e la loro realizzazione nella vita quotidiana.
Le ricorrenze di settembre possono aiutarci a conoscere meglio la sordità e le lingue dei segni. La riflessione più importante, però, può accompagnarci durante tutto l’anno: ogni volta che organizziamo una lezione, un incontro o uno spazio di confronto, possiamo chiederci chi riesce davvero ad accedervi e chi, invece, deve fare da solo tutto il lavoro per restare al passo.
🧭 La bussola
🫱 Cosa evitare
Ridurre la sordità a ciò che una persona non sente, presumere che tutte le persone sorde comunichino allo stesso modo o trattare la LIS come una semplice sequenza di gesti.
🫲 Cosa ricordare
La comunicazione è accessibile quando una persona può comprendere, esprimersi e partecipare secondo le proprie modalità. Per costruire queste condizioni, il punto di partenza è ascoltarla.





