🧩 "Ho scelto di entrare nel suo mondo"
Intervista a Enrico, papà di Francesco
Dietro ogni diagnosi c’è una famiglia. Ci sono domande, paure, speranze, ma anche modi diversi di vivere il proprio ruolo di genitore.
Con Enrico abbiamo parlato a lungo del percorso di suo figlio Francesco, un ragazzo autistico con bisogno di supporto importante. Ne è nata una conversazione sincera che attraversa la diagnosi, la scuola, le passioni, il futuro e, soprattutto, il significato di essere padre quando la quotidianità prende una strada che non avevi immaginato.
Ciao Enrico, benvenuto a Un Banco per Tutti. Quando avete iniziato a capire che c’era qualcosa di diverso nello sviluppo di Francesco?
I primi dubbi sono arrivati intorno ai due anni e mezzo. Fino a quel momento Francesco aveva iniziato a vocalizzare, ripeteva alcune parole, sembrava avviarsi verso il linguaggio. Poi, all’improvviso, ha smesso di parlare.
È stato durante il primo anno di scuola dell’infanzia che ci hanno consigliato di fare degli accertamenti. Da lì è iniziato tutto il nostro percorso.
Ricordi il giorno della diagnosi?
Sì, lo ricordo benissimo.
In realtà me l’aspettavo. Avevamo già capito che c’erano delle difficoltà, quindi la diagnosi non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Per certi aspetti è stata quasi un sollievo: finalmente avevamo un nome e una strada da seguire.
Ricordo però un momento che non dimenticherò mai. Dopo aver ricevuto la diagnosi sono rimasto solo. Sono andato in campagna e ho urlato. Ho urlato tutta la rabbia, il dolore e l’impotenza che avevo dentro.
È stato l’unico momento in cui mi sono concesso di crollare.
Poi sono tornato da Francesco e ho cercato di accettare la situazione per quella che era. Senza cercare colpevoli. Da quel momento il mio compito era uno solo: fare il padre.
Francesco ha seguito molte terapie nel corso degli anni. Quanto sono state importanti?
Sono state fondamentali e continuano a esserlo. Abbiamo iniziato molto presto e abbiamo seguito diversi percorsi, fino ad arrivare all’ABA che svolge ancora oggi.
Le terapie sono indispensabili perché aiutano a costruire autonomie e competenze. Non ho mai avuto dubbi su questo.
Tu, però, racconti di aver scelto anche un’altra strada come padre. Quale?
A un certo punto ho capito che ci sarebbero sempre state persone incaricate di insegnargli a vivere nel nostro mondo: come vestirsi, come mangiare, come comportarsi, come diventare il più autonomo possibile.
Io ho scelto di fare qualcosa che nessun altro avrebbe potuto fare al posto mio.
Ho scelto di entrare nel suo mondo.
Che cosa significa, concretamente?
Francesco parla moltissimo da solo. Ripete continuamente dialoghi dei cartoni animati, usa ecolalie, vive in una dimensione tutta sua.
Molti vedono questi comportamenti come qualcosa da eliminare.
Io ho cercato di capirli.
Ho imparato a riconoscere da quale cartone arriva una frase, quando la ripete perché è sereno e quando invece è agitato o ha bisogno di rassicurarsi.
Quelle ecolalie, per me, sono diventate una forma di comunicazione.
Credo che avesse bisogno di almeno una persona che non cercasse soltanto di cambiarlo, ma che provasse davvero a comprenderlo.
Non hai mai pensato che questi comportamenti andassero corretti?
È giusto lavorare sull’autonomia. È giusto aiutarlo a vivere nel miglior modo possibile nella società.
Ma credo anche che una parte di lui rimarrà sempre quella.
Le ecolalie, per esempio, sono il suo modo di rassicurarsi. Se gliene togli una, probabilmente ne arriverà un’altra.
Io ho preferito imparare a conoscerle, perché attraverso quelle riesco a capire come sta e, quando serve, anche a tranquillizzarlo.
Parliamo della scuola. Che esperienza avete vissuto?
Siamo stati fortunati.
Francesco ha sempre trovato insegnanti di sostegno preparati e persone che lo hanno seguito con attenzione. Non si è mai sentito trascurato. Ha partecipato alle uscite didattiche, anche ai viaggi di istruzione di più giorni, sempre accompagnato dagli educatori.
Adesso inizierà l’istituto alberghiero. Lo abbiamo scelto perché ci è stato presentato come un ambiente inclusivo. Vedremo cosa riuscirà a fare, ma ci piace l’idea che possa sperimentarsi anche in attività pratiche.
Quali sono le passioni di Francesco?
Ama tantissimo la danza. Fa parte di un gruppo composto da ragazzi con disabilità e partecipa agli spettacoli. Va anche a cavallo.
Poi ci sono le cose semplici: gli piace apparecchiare e sparecchiare la tavola. È una delle attività che svolge più volentieri e, chissà, magari un domani potrebbe diventare anche una competenza utile.
C’è un momento in cui pensi: “Ecco, adesso Francesco è felice”?
Sì. Quando danza.
Lo guardo e vedo un ragazzo completamente immerso in quello che sta facendo. È concentrato, sereno, presente.
Succede anche quando va a cavallo.
Sono situazioni particolari perché, nella vita di tutti i giorni, Francesco tende spesso a rifugiarsi nelle sue ecolalie, nei dialoghi dei cartoni animati, nel suo mondo. In quei momenti, invece, è come se trovasse il suo equilibrio.
E poi ci sono i momenti che condividiamo noi due: una passeggiata, una pedalata, stare insieme senza fretta.
Alla fine, credo che la felicità sia proprio questa.
C’è qualcosa che accomuna queste attività?
Sì. Sono praticamente gli unici momenti in cui lo vedo davvero concentrato.
Quando danza o quando è a cavallo è completamente immerso in quello che sta facendo.
Per il resto tende sempre a tornare nel suo mondo, a parlare da solo, a ripetere le sue sequenze preferite.
È questo che mi rende difficile immaginare oggi un futuro lavorativo. Non perché non lo desideri, ma perché so quanto sia faticoso, per lui, mantenere l’attenzione per tanto tempo.
Francesco ha amici?
Non particolarmente.
Più che altro perché non è lui a cercare la compagnia degli altri ragazzi.
Preferisce le sue attività, i suoi interessi, i suoi spazi.
Hai mai avuto paura dello sguardo degli altri? Del pregiudizio?
Sinceramente no.
La cosa che mi preoccupava di più era che qualcuno potesse prenderlo in giro o fargli del male. Per fortuna non è mai successo.
Anzi, nella mia esperienza è accaduto l’opposto.
Ovunque andiamo, le persone lo trattano con affetto. Ricordo un solo episodio nato da un equivoco: un signore lo rimproverò perché aveva fatto cadere una bottiglia. Appena spiegata la situazione, si scusò immediatamente.
Non mi sono mai sentito escluso insieme a lui.
Quando pensi al futuro, qual è il desiderio più grande che hai per Francesco?
Vorrei che potesse avere una vita dignitosa e continuare a fare ciò che lo rende felice.
Non so se lavorerà. Oggi faccio fatica a immaginarlo.
Ma spero che possa continuare ad avere relazioni, attività, persone che lo comprendano e occasioni per uscire, stare con gli altri e non rimanere chiuso in casa.
Per me questo sarebbe già tantissimo.
Che messaggio vorresti lasciare ai genitori che stanno iniziando questo percorso?
Persone che insegneranno ai vostri figli cosa devono fare ne incontrerete tante.
Persone che proveranno davvero a capirli saranno molte meno.
Il consiglio che mi sento di dare è questo: cercate di conoscere anche quella parte di loro che sembra più difficile da comprendere.
Perché, se è importante accompagnarli nel nostro mondo, a volte è altrettanto importante avere il coraggio di entrare nel loro.
Grazie, Enrico, per questo tuo prezioso contributo, ci hai mostrato la determinazione di chi continua a cercare il modo migliore per stare accanto a suo figlio e la sensibilità di un padre che, prima ancora di voler insegnare, ha scelto di comprendere: a volte, il gesto più rivoluzionario non è chiedere a qualcuno di entrare nel nostro mondo, ma trovare il coraggio di entrare nel suo. Grazie!





