🧭 “La diagnosi non è un alibi: è una responsabilità adulta”

Luca è il padre di Dario, un bambino che frequenta l’ultimo anno della scuola primaria in un istituto comprensivo di Milano. In questa intervista racconta il percorso che ha portato alla diagnosi di dislessia e plusdotazione, le emozioni vissute dalla famiglia, il rapporto con la scuola e una riflessione molto lucida sul ruolo degli adulti — insegnanti, genitori, educatori e allenatori — nel leggere e accompagnare i bisogni dei bambini senza ridurli a un’etichetta.

 

Valentina:

Ciao Luca, grazie davvero per la disponibilità e per aver accettato di condividere il percorso di tuo figlio.

Qual è stato il percorso che ha portato alla diagnosi? Vi siete accorti voi genitori di qualcosa o c’è stata una segnalazione?

Luca:
La segnalazione è arrivata dalla maestra di terza primaria. Dario, purtroppo, non ha avuto molta continuità: in cinque anni ha avuto tre insegnanti di italiano. Quella di terza è rimasta solo un anno, ha individuato una possibile difficoltà e poi è andata via.

Valentina:
Come avete reagito alla segnalazione?

Luca:
All’inizio con sorpresa. Dario è un bambino molto sveglio e intelligente, quindi non me lo aspettavo. Quando una maestra fa una segnalazione sono due i modi in cui si può reagire: o pensare che la docente sta prendendo un abbaglio oppure, anche se non del tutto convinti, proseguire con gli accertamenti. Noi abbiamo scelto di fidarci e andare a fondo. Tra noi e l’insegnante, l’esperta era lei.

Valentina:
Avevate già qualche sospetto?

Luca:
Sì, mia moglie aveva qualche sospetto, ma pensava alla disgrafia, non alla dislessia. Faceva molti errori, ma personalmente li attribuivo al suo carattere competitivo: vuole finire per primo, far bene, e quindi tende a correre senza rileggere.

Valentina:
Come si è svolto il percorso diagnostico?

Luca:
Ci siamo rivolti all’UONPIA. Il percorso è stato lungo, circa un anno e mezzo, anche se gli incontri effettivi sono stati pochi.

Valentina:
Qual è stato l’esito?

Luca:
Plusdotazione e una dislessia lieve. È stata una sorpresa, perché non era quello che immaginavamo, come ho detto.

Valentina:
Perché vi aspettavate altro?

Luca:
Perché gli errori che vedevamo erano più legati alla scrittura. La lettura non ci sembrava particolarmente problematica: magari non perfetta, ma fluida.

Valentina:
Prima della diagnosi, cosa sapevate della plusdotazione? Avevate già qualche idea o vi siete informati solo dopo?

Luca:
Io personalmente non sapevo nulla. Mia moglie, essendo insegnante, aveva già qualche conoscenza.

Valentina:
Avevi quindi qualche pregiudizio? Ad esempio l’idea che la plusdotazione significhi essere “un genio” o andare necessariamente bene a scuola?

Luca:
No, più che altro la vedevo come qualcosa di solo positivo. Poi mia moglie mi ha spiegato che non è così semplice.

Valentina:
La plusdotazione è spesso più complessa di quanto si pensi: spesso si pensa solo a un alto quoziente intellettivo. In realtà è una forma di neurodivergenza e raramente è “pura”: spesso convivono difficoltà di apprendimento, aspetti attentivi, ipersensibilità emotiva. Un bambino può comprendere concetti complessi e allo stesso tempo faticare su abilità più automatiche, come la lettura.

Luca:
Sì, ed è proprio questa combinazione che rende tutto più difficile da interpretare.

Valentina:
Vi ritrovate in alcune caratteristiche spesso associate alla plusdotazione, come il perfezionismo o una forte sensibilità emotiva?

Luca:
Sì, assolutamente. Quando mi hai mandato quel materiale informativo sulla plusdotazione, ho riconosciuto subito in Dario il perfezionismo. È molto critico, soprattutto con sé stesso.

Valentina:
Come si manifesta questa sensibilità?

Luca:
Fortunatamente ha una buona autoironia e capisce quando si scherza, però quando entra in un momento di difficoltà emotiva fa fatica a uscirne. Serve tempo per riportarlo in equilibrio.

Valentina:
Questo è un aspetto molto importante: spesso questi bambini sembrano forti, ma hanno una sensibilità molto profonda e hanno bisogno di adulti che sappiano leggerla.

Valentina:
Avete condiviso la diagnosi con la scuola?

Luca:
Sì, a metà della quinta. Gli insegnanti erano già informati e aspettavano l’esito, anche se non avevano riscontrato particolari criticità.

Valentina:
Come si è mosso il team docente? È stato predisposto un PDP?

Luca:
Ci siamo confrontati ai colloqui e, per la fine dell’anno, abbiamo deciso insieme di non modificare l’impostazione e continuare ormai senza.

Valentina:
L’anno prossimo inizierà la scuola secondaria di I grado. Avete qualche preoccupazioni?

Luca:
Sì, perché è un passaggio delicato. Andrà nello stesso istituto comprensivo, e questo è rassicurante, ma resta il dubbio su come verrà gestita la diagnosi.

Valentina:
In che senso?

Luca:
Il rischio è duplice: che diventi un alibi oppure che venga sottovalutata. Vorremmo evitare entrambe le cose.

Valentina:
Nel tuo ruolo di allenatore hai vissuto anche una situazione significativa con un bambino con ADHD.

Luca:
Sì. Un allenatore ha dato un voto molto basso alla prestazione di un bambino con ADHD per una distrazione. Io sto facendo un lavoro di supporto importante con lui, e un gesto del genere rischia di compromettere tutto.

Valentina:
Che effetto ha avuto?

Luca:
La madre mi ha detto che, senza il mio supporto, avrebbe già smesso. Da una parte è gratificante, dall’altra è frustrante vedere quanto invece un adulto possa incidere negativamente. Perché un adulto non può permettersi di non capire. Un voto così non è educativo, è dannoso.

Valentina:
Che tipo di bambino è Dario fuori dalla scuola?

Luca:
Molto curioso. Gioca a scacchi ed è molto bravo. Fa anche calcio, ma lì è meno portato.

Valentina:
Quale materie preferisce?

Luca:
Matematica sicuramente, è molto bravo, e storia. È molto attratto dai documentari, assorbe tutto.

Valentina:
Ha già idee per il futuro?

Luca:
Non ancora. Però mostra interesse per la cucina.

Valentina:
Cosa consiglieresti a un genitore a cui viene segnalata una possibile difficoltà?

Luca:
Di andare a fondo, anche se non è convinto. Tra genitori e insegnanti, gli esperti non siamo noi. E una diagnosi precoce è fondamentale.

Valentina:
Se potessi dare un messaggio a insegnanti, genitori e allenatori cosa diresti?

Luca:
Che la diagnosi non è il bambino. E che ogni parola, ogni giudizio, lascia un segno.

Valentina:

Grazie Luca, davvero, per la disponibilità. Sono sicura che quello che hai raccontato potrà aiutare altri genitori.

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