🧠 Perché i ragazzi fanno fatica a tollerare la frustrazione
Questo articolo fa parte del percorso: “Limite, frustrazione e responsabilità nella scuola secondaria”
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Entrare oggi in una classe significa, sempre più spesso, confrontarsi con una difficoltà ricorrente: la fatica dei ragazzi nel sostenere situazioni che richiedono attesa, adattamento, resistenza. Non si tratta soltanto di episodi isolati, ma di una modalità che emerge con una certa continuità, soprattutto quando l’esperienza proposta non è immediatamente gratificante.
Questa fatica si manifesta in modi diversi: nella difficoltà ad accettare un errore, nel bisogno di interrompere un compito appena diventa complesso, nella reazione immediata a un richiamo, nella richiesta implicita — o esplicita — che la situazione venga modificata per risultare più sostenibile. In molti casi, ciò che appare è una scarsa tolleranza alla frustrazione.
È proprio qui che diventa necessario fare un passaggio importante: capire cosa intendiamo davvero quando parliamo di frustrazione.
Nel linguaggio quotidiano, la frustrazione viene spesso associata a qualcosa di negativo, da evitare o da ridurre il più possibile. In ambito educativo, però, il suo significato è diverso.
La frustrazione nasce ogni volta che si crea una distanza tra ciò che desidero e ciò che è possibile ottenere in quel momento. È una condizione inevitabile, che accompagna gran parte delle esperienze di apprendimento e di crescita. Imparare qualcosa di nuovo, affrontare un compito complesso, accettare un limite, aspettare il proprio turno: sono tutte situazioni che implicano una quota di frustrazione.
Per questo motivo, non è la presenza della frustrazione a rappresentare un problema, ma la difficoltà nel sostenerla.
La capacità di tollerare la frustrazione non è innata. Non è qualcosa che i ragazzi “hanno” o “non hanno”. È una competenza che si sviluppa progressivamente, all’interno delle relazioni educative.
Questo significa che non basta dire a un ragazzo di aspettare, di impegnarsi, di non reagire. Queste indicazioni, da sole, non producono cambiamento. Perché ciò che è in gioco non è la comprensione della regola, ma la possibilità di reggere l’esperienza emotiva che quella regola comporta.
In questo processo, il ruolo dell’adulto è centrale. È nella relazione con l’adulto che il ragazzo impara, poco alla volta, a stare dentro situazioni non immediatamente gratificanti, senza sentirsi sopraffatto.
Perché questa competenza si sviluppi, è necessario che l’adulto riesca a mantenere un equilibrio delicato.
Da una parte, è importante offrire sostegno, riconoscere la difficoltà, dare un senso a ciò che il ragazzo sta vivendo. Dall’altra, è altrettanto fondamentale non eliminare la situazione che genera frustrazione, né modificarla continuamente per renderla più facile.
Quando l’adulto interviene troppo rapidamente per “far stare meglio”, il messaggio implicito è che quella fatica non sia sostenibile. Nel breve periodo può sembrare una soluzione efficace, ma nel tempo impedisce la costruzione di una competenza fondamentale.
Al contrario, quando la difficoltà viene riconosciuta ma non evitata, il ragazzo ha la possibilità di fare esperienza del fatto che può attraversarla.
Quando la tolleranza alla frustrazione non si consolida, ciò che emerge non è semplicemente una maggiore fatica, ma un modo diverso di stare dentro le esperienze.
In classe, questo si traduce spesso in:
- difficoltà a portare a termine un compito
- reazioni immediate a richiami o correzioni
- bisogno di modificare continuamente le condizioni di lavoro
- tendenza a evitare ciò che risulta complesso
Non si tratta di mancanza di volontà, né di disinteresse. Piuttosto, è il segnale di una difficoltà nel sostenere la distanza tra ciò che si vorrebbe e ciò che è possibile in quel momento.
Questa competenza non si sviluppa nel vuoto. Si costruisce dentro un contesto fatto di relazioni, aspettative, modelli educativi.
Quando, nel tempo, le situazioni di fatica vengono sistematicamente anticipate, evitate o ridotte, il ragazzo ha meno occasioni di sperimentarsi dentro di esse. Non perché manchino le difficoltà, ma perché viene meno la possibilità di attraversarle con il supporto dell’adulto.
In questo senso, la difficoltà nel tollerare la frustrazione non è il punto di partenza, ma il risultato di un percorso.
La scuola entra in questo processo in una fase già avanzata. Non può costruire da sola questa competenza, ma può svolgere una funzione importante nel sostenerla.
Questo significa, prima di tutto, riconoscere che la frustrazione fa parte dell’esperienza scolastica, e non cercare di eliminarla a tutti i costi. Significa anche mantenere una coerenza negli interventi, evitando di trasformare ogni difficoltà in una trattativa.
Allo stesso tempo, è importante accompagnare i ragazzi nel dare un senso a ciò che stanno vivendo, aiutandoli a leggere la fatica non come un segnale di incapacità, ma come parte del processo.
A questo punto, forse la domanda più utile non è se i ragazzi di oggi siano meno capaci di tollerare la frustrazione, ma quali esperienze hanno avuto per poter sviluppare questa capacità.
Perché la frustrazione non si insegna. Si attraversa.
E ciò che fa la differenza non è evitarla, ma come viene sostenuta nel tempo, dentro le relazioni educative.
🧭 La bussola
👉 Cosa evitare
- Eliminare sistematicamente le situazioni di difficoltà
- Intervenire subito per ridurre la fatica
- Interpretare la frustrazione come un errore da correggere
👉 Cosa ricordare
- La frustrazione è una condizione inevitabile dell’apprendimento
- La tolleranza alla frustrazione è una competenza che si costruisce nel tempo
- Il ruolo dell’adulto non è eliminare la difficoltà, ma sostenerla
- Attraversare la fatica è ciò che rende possibile la crescita
🔗 Per proseguire il percorso:
👉 Il limite della negoziazione





